Chi siamo

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2017. Febbraio.

I luoghi assumono sembianze sconosciute. Nuove lingue si sentono nelle vallate, e nelle città usanze straniere soppiantano quelle antiche. Così il paesaggio rapidamente degrada. Non è più lo stesso. Un gruppo, attento a tutti gli aspetti fondamentali del paesaggio in cui vive, decide di dare voce ad una comunità impressionata dalla possibilità di scomparire. Sentirsi stranieri nella propria terra, assistere passivamente a questo processo di dissolvimento, impietriti, incapaci di una retta azione di difesa: questo lo scenario che si mostra agli occhi del gruppo. Il paesaggio dei suoi padri – esemplare per altezza di ingegno e nobiltà di carattere – sembra ormai confinato in un lontano passato. Nel rumore insensato di un mondo in disfacimento, si leva un richiamo: tracciare il solco che non deve essere superato. Difendere attivamente le posizioni.

Il gruppo, allora, trasforma le idee in azioni e lancia il suo richiamo.

Image by © Tim Davis/CORBIS

 

Come nasce il Banditore?

Il Banditore è il frutto di una lunga osservazione dei cambiamenti avvenuti in Italia, e in Europa, negli ultimi trent’anni, dopo la caduta del muro di Berlino. Abbiamo assistito non solo ad una trasformazione culturale e sociale — visibile a tutti —, ma anche ad uno sfiguramento del paesaggio, a tutte le latitudini europee. Possiamo ricondurre tutti questi cambiamenti a quel progetto di stravolgimento della fisionomia dei vari paesaggi che oggi viene definito “globalizzazione”. Questa è una parola apparentemente neutra; per alcuni, invece, rinvia ad un mondo stimolante ed eccitante. Bisogna tenere sempre nella giusta considerazione, tuttavia, il potere condizionante delle parole: “globalizzazione” è un termine dietro il quale, coloro che impongono i cambiamenti in atto — i quali, ricordiamolo, non sono l’inevitabile conseguenza di meccanismi che ci sovrastano, ma l’effetto di ben precise scelte compiute da chi esercita il potere reale — nascondono un’ideologia niente affatto neutrale, ma volta alla cancellazione delle qualità distintive dei popoli e delle culture, e quindi alla distruzione dei paesaggi che compongono l’irripetibile mosaico europeo. Il Banditore vuole, allora, “bandire” — nel senso di “avvisare ognuno” — del pericolo che dietro i cambiamenti in corso c’è un preciso progetto di distruzione delle qualità delle diverse culture europee, e, quindi vuole “bandire” — nel senso di “espellere” — ciò che per i nostri paesaggi è un pericolo mortale: la formazione di una umanità composta da individui sradicati, affollati in metropoli senza volto a disposizione di un sistema di sfruttamento che non sopporta alcun genere di ostacolo.

 

Cosa si intende precisamente con paesaggio?

Il paesaggio è un organismo. Come tale esso è composto di parti, le quali sono tra loro differenti per funzione — ognuna essendo dedicata ad un compito specifico — ma non differenti per principio — ognuna, infatti, deriva la sua funzione da un’unica origine, garante dell’organicità del tutto. Si può pensare il paesaggio anche come una sintesi di elementi, un luogo di espressione dell’unità trascendentale delle distinte componenti. Ciò vuol dire che non si può dare un organismo senza le parti che lo compongono, ma neanche si possono isolare le parti e pensarle sussistenti al di fuori dell’organismo. Noi non possiamo pensare — per fare un esempio — all’Irpinia se non come unità indissolubile di un particolare ambiente e di un particolare tipo umano, con una sua tradizione, una sua cultura e una sua fisionomia etnica. Le parti possono essere sostituite solo a condizione di distruggere definitivamente quel paesaggio, e crearne un altro al suo posto. Cosa sarebbe l’Irpinia se in essa fosse diffuso un dialetto yoruba della Nigeria? Se al posto della “minestra maritata” ci fosse il sushi giapponese? Se al posto di Minicuccio trovassimo Mustafà? Avremmo perso l’integrità dell’organismo (l’Irpinia) e sostituito ad esso un insieme disordinato di membra (che ricorderebbe il mostro di Frankenstein). In definitiva, avremmo perso per sempre il paesaggio irpino.

 

A chi si rivolge?

A chi non intende confondersi in questa nuova umanità voluta da chi controlla il sistema economico globale. Si rivolge a chi riconosce la priorità delle qualità che distinguono rispetto alla prepotenza delle quantità che annichiliscono. Il Banditore raccoglie il consenso — e il contributo — di coloro che hanno un’idea di paesaggio di tipo organico. Non si rivolge, quindi, a chi è ancora portatore del vecchio concetto “ambientalistico” di paesaggio, inteso come luogo abitato da un tipo umano che si muove come un attore su un palcoscenico occasionale. Non ha necessità di rivolgersi a particolari categorie lavorative o a professionisti di successo; ha invece la precisa volontà di suscitare l’azione meditata e ineludibile a difesa del territorio in cui si è radicati. Non è il riconoscimento sociale a definire il tipo a cui il Banditore si rivolge, ma il rispecchiamento nelle figure ideali verso le quali il Banditore richiama. Da qui il senso stesso della denominazione del nostro gruppo e il simbolo che l’accompagna. Un tempo, prima dell’invasione dei mezzi di comunicazione di massa, esisteva la figura del banditore, che in Italia era accompagnata dall’immancabile corno, con cui si richiamava l’attenzione dei cittadini. Chi è del nostro paesaggio si farà banditore anche dei nostri bandi.

 

Quali sono gli obiettivi del Banditore?

Diffondere, prima di tutto, questa idea di paesaggio. Per farlo, partiamo da un orizzonte ben definito: quello locale. Ognuno deve fare appello alla propria memoria e ri-conoscere ciò che fa parte delle proprie radici, distinguendolo da ciò che, invece, ci viene imposto dall’esterno. Dall’esterno operano forze che, attraverso la costruzione di una nuova umanità, intendono imporre il progetto della cosiddetta “globalizzazione”, con cui rimuovere tutte le qualità distintive dei popoli. Noi dobbiamo agire in senso opposto: continuare ad essere radicati nei nostri territori, impedire lo sfiguramento del nostro paesaggio, opporre le diversità (di lingua, di folklore, di etnia, di religione, etc.) alle uguaglianze, ed essere fieri della nostra irripetibilità. Operare per ridare forza e volontà di azione ai popoli, nell’integrità dei loro rispettivi paesaggi.

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