Acqua pubblica: una scelta necessaria.

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La tutela del paesaggio non può prescindere dalla salvaguardia delle risorse idriche delle nostre terre. L’acqua è elemento fondamentale in tutti gli ecosistemi e in ogni forma di vita terrestre, compreso l’essere umano; ad essa è attribuibile anche la stessa origine della vita sul pianeta ed è chiara la sua funzione nei centri urbani, nell’uso civile, agricolo e industriale. L’uomo ha riconosciuto, sin da tempi antichissimi, la sua importanza, comprendendo il suo ruolo di elemento costitutivo tanto della biosfera quanto della civiltà e attribuendole, pertanto, un profondo valore simbolico e sacro.

L’acqua copre il 71,12% della superficie terrestre ed è il principale costituente del corpo umano per circa il 60 % (considerando un maschio adulto), svolgendo numerose funzioni nel nostro organismo: è solvente per i composti chimici, regola il volume cellulare e la temperatura corporea, favorisce i processi digestivi rendendo possibile l’azione degli enzimi,  consente il trasporto dei nutrienti e la rimozione delle scorie metaboliche ed è funzionale anche al corretto svolgimento dei processi che riguardano il corredo genetico, influenzando la struttura e la dinamica degli acidi nucleici.

E’ quindi chiaro che non si può trattare l’acqua al pari di una merce qualsiasi e legittimare la speculazione a danno delle popolazioni che dovrebbero invece beneficiarne. I capitali investiti non possono quindi determinare il prezzo dell’acqua e non possono stabilire la qualità o la quantità degli approvvigionamenti idrici delle persone. 

Fiume Calore

Nel referendum abrogativo del giugno del 2011, il 56% degli elettori, pari a 27 milioni di italiani, si è espresso contro la privatizzazione del sistema idrico. Questa è la volontà della popolazione italiana e questa decisione deve essere rispettata e mantenuta anche e soprattutto a livello delle istituzioni locali. 

Da allora, invece, molte società (solitamente multi-utility con interessi in vari ambiti energetici), nei diversi comuni italiani, hanno cercato di aggredire il settore idrico: Napoli, Roma, Firenze e Bologna, solo per elencare i centri urbani più importanti. Nel Lazio, in Toscana, in Umbria e in Campania c’è ad esempio l’Acea, che comprende, tra le sue 30 società, anche la GESESA, nel settore acqua, che sta cercando di acquisire quote nella società irpina Alto Calore Servizi. Dietro l’Acea c’è una delle due maggiori multinazionali dell’acqua a livello mondiale, la compagnia francese Suez Environnement. L’altra società, sempre francese, che sta cercando di entrare con prepotenza all’interno del sistema idrico italiano è la Veolia Environnement, operativa soprattutto in Veneto, Emilia-Romagna, Toscana, Marche e Piemonte, ma anche, attraverso diverse partnership, nel settore dell’acqua all’ingrosso, in Sicilia e Calabria. 

In altre parole, le mani francesi sull’acqua italiana. Tutti possono facilmente comprendere quanto sia sbagliato, da un punto di vista strategico, affidare una risorsa fondamentale per la nostra sopravvivenza a un altro paese, a privati di una potenza europea che tenta di allargarsi in settori pubblici che devono invece rimanere di competenza nazionale. 

Attraverso la partecipazione in società italiane e l’azione di lobbying, le francesi Suez e Veolia vogliono accaparrarsi le principali fonti idriche appenniniche. Dopo aver operato in questo senso, cosa potrà impedire loro di acquisire un maggiore controllo politico sui territori?

Caposele

Occupano spazi in ogni settore della produzione di beni e servizi, ma puntano in particolare all’accaparramento dei servizi pubblici locali, quelli di cui i cittadini non possono fare a meno. Il profitto è garantito, e con esso l’interesse degli investitori e dei paesi d’origine. L’acqua è particolarmente esposta alle speculazioni. Le sorgenti del Centro-Sud Italia sono sotto attacco delle corporation francesi. La gestione del rubinetto principale, soprattutto là dove la risorsa scarseggia, è poco impegnativa e molto remunerativa.

Suez e Veolia, che si celano dentro le maggiori società dell’acqua del Centro-Sud, hanno l’obiettivo di gestire le regioni del Mezzogiorno attraverso un’aggregazione graduale. Seguendo la traccia del denaro è possibile comprendere il piano industriale, strutturato sul breve, medio e lungo termine che trova la sistematica copertura del legislatore che interviene con modifiche normative per favorire ogni passo in avanti delle lobby. Le regioni coinvolte nel progetto sono quelle del distretto appenninico: Umbria, Lazio, Molise, Campania, Puglia, Basilicata e Calabria. Le stesse multinazionali sono impegnate su analoghi progetti sulle isole e nel Nord Italia. Nel Centro-Sud, le multinazionali, d’intesa con la politica, hanno programmato la più grande megaprivatizzazione dell’acqua d’Europa.” (Maurizio Montalto, La rapina perfetta, www.stradebianchelibri.com)

In questi mesi, ad Avellino, si sta decidendo sulle sorti dell’Alto Calore Servizi S.p.a., nata nel 2003, che gestisce i servizi di captazione e distribuzione di acqua potabile, di fognatura e trattamento dei reflui per 125 comuni della provincia di Avellino e Benevento. L’ACS ha 126 soci: 125 Comuni delle Province di Avellino e Benevento e l’Amministrazione Provinciale di Avellino.  Il 13 marzo 2003 il preesistente Consorzio Interprovinciale Alto Calore venne sciolto e furono costituite, per contestuale procedura di trasformazione e scissione, due nuove società: l’Alto Calore Servizi S.p.A. e l’Alto Calore Infrastrutture & Patrimonio S.p.A.

L’architetto Claudio Rossano, che da lungo tempo segue la vicenda dell’ACS e che ha visionato gli atti relativi al buco di bilancio – arrivato attualmente a una situazione debitoria di 134 milioni –, scriveva, nell’aprile del 2012, sul giornale online Orticalab:

dopo la scissione del Consorzio Interprovinciale Alto Calore di Avellino nelle due società “Alto Calore Servizi S.p.A.” e “Alto Calore Patrimonio & Infrastrutture S.p.A.” i consulenti prof. Roberto Fazioli e avv. Giuseppe De Mita teorizzavano in un “documento confidenziale” che “ il canone d’uso in favore della società patrimoniale da parte del gestore sarà definito in modo generale ed astratto, ovvero con un algoritmo di calcolo che prescinde dalla specificità del soggetto gestore di riferimento.” Ed in base a questo artificio contabile, a questo strano algoritmo di calcolo che nessun matematico mi ha saputo spiegare, Alto Calore Servizi ha pagato per anni ingenti somme ad Alto Calore Patrimonio, che poco o niente faceva. Nel momento in cui si accendono i riflettori della Magistratura su tanti episodi della corruzione della vita dei partiti politici, credo che sia opportuno indagare su questi aspetti, anche perché gli amministratori ed i consulenti di Alto Calore Patrimonio ed Alto Calore Servizi erano quasi tutti esponenti di partiti politici.” (Alto Calore Patrimonio, Rossano: ecco 9 anni di sprechi, Orticalab, 23 aprile 2012)

Nel primo documento del 23 gennaio 2004 le Organizzazioni Sindacali lamentavano un illegittimo trasferimento di fondi – circa due miliardi di vecchie lire all’anno – da Alto Calore Patrimonio alla SpA Patrimonio e Infrastrutture. I Sindacati giustamente rilevavano che “non esiste alcuna correlazione giuridica che permetta e preveda il trasferimento, ormai continuo, di risorse tra le due Società. Pertanto la SpA Patrimonio e Infrastrutture dovrebbe beneficiare di una continua “trasfusione”, giustificata solo politicamente.” Invitavano quindi il Consiglio d’Amministrazione a tener conto dei loro rilievi. Ma nella successiva delibera – la cui lettura suggerisco a quanti oggi discutono dell’argomento ma soprattutto a Coloro che tutelano il rispetto della legalità – il Cda, col solo voto negativo e molto critico dell’ing. Troncone, volle a tutti i costi forzare la mano.

E pertanto venne stabilito che Alto Calore Servizi conferisse ad Alto Calore Patrimonio un canone d’uso delle reti – comprensivo del canone di locazione delle sedi e di ogni altro bene – determinato in euro novecentomila annui. Il fatto simpatico – ed emerge dalla delibera – è che esisteva un parere pro-veritate formulato dal compianto avv. Luigi Amelio circa la proprietà delle opere acquedottistiche realizzate con i finanziamenti della Cassa per il Mezzogiorno, redatto nell’anno 2000 su incarico dello stesso C.d.A. del Consorzio Idrico Interprovinciale dell’Alto Calore e tale parere diceva a chiare lettere che quei beni non appartenevano ad Alto Calore. La discussione venne chiusa in modo caporalesco: «Il Presidente ribadisce la rilevanza dell’argomento non ulteriormente rinviabile. Per quanto evidenziato dal Consigliere Troncone evidenzia che i documenti invocati e le circostanze evidenziate non costituiscono elementi di rilevanza tale da incidere sull’argomento; In particolare evidenzia che il Piano d’Ambito non è stato ancora approvato dalla Regione, che il parere pro-veritate dell’avv. Luigi Amelio non risulta essere mai stato acquisito dal C.d.A. e che i pareri espressi della Regione Campania sulla proprietà non sono motivati né condivisibili».

E così cominciò a formarsi quel formidabile buco di debiti milionari molto simile al pozzo di San Patrizio. Credo che sia ormai necessaria una nuova indagine della Procura di Avellino su quanto avvenuto negli ultimi [anni] nelle due società Alto Calore, soprattutto al fine di rilevare il vero patrimonio di Alto Calore Patrimonio.” («La nascita del “buco” Alto Calore»: la nota di Rossano, Orticalab, 27 aprile 2016)

Attualmente i debiti dell’ACS hanno superato i 100 milioni e, nelle ultime riunioni, a gennaio 2019, “il Governo, rappresentato per l’occasione dal sottosegretario all’Interno, Carlo Sibilia, e dal dirigente del ministero delle Infrastrutture, Dimitri Dello Buono, hanno confermato la volontà di salvare Alto Calore dall’inevitabile apertura al privato. Per farlo, sono state prospettate essenzialmente due soluzioni: un intervento di Cassa depositi e prestiti – che secondo Alto Calore dovrebbe finanziare quei 50 milioni di euro che altrimenti toccherebbe mettere ai sindaci-soci o al privato -, oppure un concordato preventivo in continuità.  L’Alto Calore dovrà produrre un piano di razionalizzazione dei costi energetici – la voce più forte nei bilanci della società – e ottimizzare ulteriormente la sua organizzazione.” (Orticalab, Alto Calore, Sibilia impegna il Governo: «In campo per il pubblico, ma serve totale di discontinuità nella gestione» , 21 gennaio 2019)

Togliere la gestione dell’acqua alle istituzioni locali vuol dire ridurre la funzione politica dello Stato; togliere l’acqua a una popolazione significa sottrarle un diritto fondamentale, senza il quale non avrà alcuna possibilità di sopravvivere o di affermare la propria volontà. Come può uno Stato rinascere se un’azienda straniera sottrae parte della sua sovranità? Com’è possibile che i movimenti politici nazionalisti, identitari, sovranisti e conservatori non abbiano unanimemente  espresso con chiarezza e fermezza una posizione contraria alla privatizzazione del sistema idrico nazionale? Eppure dovrebbero essere i primi a opporsi a questa aggressione verso le nostre risorse. 

Fiume Ofanto

La fertilità e la prosperità delle nostre terre sono attribuibili all’invidiabile ricchezza di fonti, che versano circa 15.000 litri di acqua al secondo: con un milione di sorgenti, l’Irpinia è fra i tre bacini idrici più vasti d’Europa.

La stretta interdipendenza tra l’acqua e la civiltà è testimoniata sin dalle più remote origini della scrittura. Nella lingua sumera, ad esempio, “a” significa sia “acqua” sia “semeprole“: l’acqua è simbolo di rinnovamento nei riti di “purificazione” e rinascita di molti popoli. Come possiamo pensare che la nostra Nazione possa riuscire a porre in essere il suo rinnovamento se non ha il controllo di uno dei suoi elementi vitali?

Si discute molto, oggi, di acqua pubblica, finanche in quei circoli politici dove si sono formati gli uomini che hanno poi rivestito incarichi dirigenziali proprio negli enti pubblici di cui stiamo trattando. È chiaro a tutti quanto sia necessario un autentico rinnovamento dei vertici degli enti di gestione e di quelle cariche che hanno dato prova di incapacità amministrativa. Occorre rivedere il numero dei dipendenti dell’Alto Calore – certamente sovradimensionato –, le modalità di assunzione nell’azienda e tutti i beneficiari delle consulenze pagate centinaia di migliaia di euro; bisogna individuare i responsabili dell’attuale situazione e sollevarli da ogni incarico in queste sedi. Soltanto questo radicale rinnovamento politico e amministrativo potrà suscitare, nella nostra terra e nel nostro paesaggio, una effettiva rinascita per Avellino e per tutta l’Irpinia.  

Considerare l’acqua come un bene la cui gestione ricada interamente nelle libere decisioni politiche di uno Stato è un dovere per chi si richiami ad una visione alta della politica, non subordinata alle teorie economiche in voga. Solo apparentemente, dunque, la questione che abbiamo affrontato si presenta come una “scelta”: essa è, in vero, il più irresistibile degli obblighi di un Politico.

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One thought on “Acqua pubblica: una scelta necessaria.”

  1. ringrazio l’autrice – dott. Coccia – che ha così bene ricostruito la vicenda delle acque irpine che rischiano di essere scippate alle loro popolazioni dalle grandi società italiane ed internazionali che ormai detengono il controllo pressoché totale di tale bene. E l’autrice fa bene a dire a “Com’è possibile che i movimenti politici nazionalisti, identitari, sovranisti e conservatori non abbiano unanimemente espresso con chiarezza e fermezza una posizione contraria alla privatizzazione del sistema idrico nazionale? Eppure dovrebbero essere i primi a opporsi a questa aggressione verso le nostre risorse.” Anche io ho avvertito l’assenza di queste forze nell’attuale dibattito, forze preoccupate più dell’apparire che dell’essere, appiattendosi su scelte fatte in continuità con chi per anni sulla gestione delle acque irpine ha determinato un incredibile e vessatorio sistema di potere e di sperperi sul quale la stessa Magistratura non ha voluto compiutamente indagare. Ma la vicenda è ancora aperta e spero che questo dibattito serva a portare la discussione nei giusti termini.
    Claudio Rossano

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